Itinerario delle Origini – Terni


Sono fatta di polvere e radici. Vago nei luoghi per disseppellire i ricordi e far affiorare memorie. Perché io questo faccio, cerco la memoria anche dove sembra non esserci, anche negli angoli inattesi della città. Sono una tessitrice che ricama con i fili del passato e i fili partono dalle origini di questa terra.

Partono da un’epoca in cui una comunità di pastori decise di stanziarsi in queste valli e arriva ad una città chiamata Carsulae, un centro di commerci e di transito che vide il suo massimo fulgore durante l’età augustea.Ora di questo mondo restano le rovine ma dai vagiti di queste pietre e di queste ciottoli io vedo le antiche genti passeggiare lungo la Via Flaminia, il cardo maximus lastricato di pietra calcarea, ed entrare sotto l’arco di San Damiano e arrivare nella piazza principale circondata da terrazze e da due tempi gemelli e dove rumoreggiavano mercato e bancarelle. Io vedo la gente utilizzare l’acqua delle cisterne e svagarsi nel teatro cittadino, costruito in opus reticolatum, la vedo abitare in edifici aristocratici sontuosamente decorati con pareti e pavimenti in marmo. Il tempo ha depositato il suo mantello sull’antica Carsuale, ma le mani e il sudore degli uomini hanno scavato la superficie e riportato alla luce questo tesoro.

Io prendo le fila della memoria e inizio a ricamare seguendo sempre questo gomitolo invisibile che mi guida nel mio percorso come Teseo nel labirinto di Minosse. Arrivo alle antiche vestigia delle Mura Ciclopiche di Cesi e anche qui i loro sassi parlano e svelano il lavoro di una civiltà che ha innalzato dei terrazzamenti a secco con blocchi di pietra poligonali. Anche questo è un tesoro nascosto di questi territori e anche qui io afferro le fila della memoria e arrivo in città.

Anche Interamna aveva le sue mura e aveva le sue porte, le loro tracce vivono a fianco dei cittadini e li consolano con la loro bellezza. Porta Sant’Angelo era l’ingresso ovest della città medievale, dal nome di un omonima chiesa e ormai scomparsa posta lì vicino, alta e maestosa, delimita i giardini della Passeggiata, osserva sorniona i ragazzi che studiano sulle panchine o quelli che si allenano correndo sul prato, lei complice silenziosa talmente parte della città da diventare quasi invisibile. Ma io so che c’è e anche lei mi regala il filo della memoria, di quando chi la attraversava con un carico di legna era costretto a lasciarne una parte all’ospedale.

Questo filo io lo intreccio e porto via con me, lo tengo mentre attraverso il parco cittadino e giungo di fronte la magnificenza dell’Anfiteatro Fausto (romano). Le sue vestigia hanno sconfitto l’usura del tempo e mi proiettano in uno spazio remoto, quando i suoi spettatori, seduti nella cavea applaudivano gli spettacoli nell’arena. La memoria qui si è conservata nelle sue mura fatte di pietra locale, nella galleria coperta da una volta a botte, nei suoi corridoi anulari.

Qui la memoria si è conservata e mi urla la sua forza, io raccolgo il filo perché la mia opera di tessitura non è finita, devo ancora giungere al punto dove tutto viene a capo e si riavvolge. Il luogo della custodia della città antica: il Museo Archeologico. Questo mi accoglie come un grembo materno e mi mostra reperti che qui dormono da lungo tempo incuranti dei turisti e degli studiosi che puntualmente vengono ad ammirarli. Ci sono le tracce della città dei morti, l’antica necropoli dei Naharki, e quelle della città dei vivi, con epigrafi, utensili e vasellame ove risuona la quotidianità di un popolo ai tempi dell’antica Roma. Qui si chiude il mio percorso dopo aver arrotolato i fili della memoria. Sono fatta di polvere e radici e questa è la mia città.