Sono fatta di luna e diamanti. Il mio candore brilla e si riflette nello spazio mentre dal profondo emergono racconti. Perché io questo faccio, estraggo la sostanza dalla forma, la poesia dalla materia anche dove la poesia sembra non esserci, negli angoli inattesi della città.
Le pietre sanno raccontare storie, basta saperle ascoltare. Il mio viaggio inizia sulle stesse orme di un santo del Duecento, quel poverello d’Assisi che ha rivoluzionato la spiritualità religiosa. A lui è dedicata la chiesa di San Francesco, che sorge nella piazza dove il santo improvvisò un riparo durante la sua predicazione ed è diventata una delle tappe del Cammino dei Protomartiri. La sua facciata ha un piglio severo quasi arcigno, tipicamente romanica con un bellissimo rosone centrale. Il campanile a torre ha eleganti maioliche policrome, il timpano è ornato da archetti pensili. Ma io estraggo poesia dalla materia e per fare questo devo entrare nell’edificio, penetrare nella sua millenaria oscurità e dirigermi alla destra del presbiterio. Il racconto comincia in questa cappella e mi porta nel XV secolo.
Mi parla di un pittore di Foligno, Bartolomeo di Tommaso, e del suo committente, Monaldo Paradisi, che volle immortalare sulle pareti le immagini temibili del Giudizio Universale a monito dei fedeli. La cappella Paradisi racconta di salvezza e di castighi, di angeli armati e di diavoli in agguato ma soprattutto raffigura i tomenti e le speranze delle anime che vagano tra le ombre dei tre Regni Ultraterreni. Mi racconta di un mondo ancora legato alla religiosità medievale e alla concezione di una vita strettamente connessa ala morte e al senso del peccato. Un mondo non ancora intaccato dalla rivoluzione edonistica del Rinascimento. Contemplo la meraviglia del dipinto e le sue voci, grida, preghiere, sospiri. Poi mi allontano ed esco di nuovo alla luce.
Il mio viaggio continua verso altre pietre, verso altre poesie. Rimango nel centro storico di Terni e scopro, camminando nella parte più vecchia, una gemma preziosa e nascosta. Una piccola chiesetta pregna di atmosfera e mistero. La chiesa di Sant’Alo è antica e affascinante. Edificata sopra i resti di un tempio dedicato alla dea Cibele, mostra quasi con pudore i suoi innumerevoli tesori. Le sue mura esterne presentano decorazioni realizzate con materiale scultoreo dl periodo romano, ai lati della scalinata d’ingresso , due leoncini in pietra sembrano volerla proteggere, ma è oltrepassando la porta che comincia l’incanto. Un luogo di raccoglimento e stupore insieme, perché l’impianto lineare delle tre navate con robusti pilastri di pietra viene ingentilito dagli affreschi usurati dal tempo. E poi ancora da dettagli che inebriano la vista: un’ara romana con ghirlande e bucrani con capitello marmoreo che funge da leggio, un capitello di età carolingia decorato con pellicani e fantasie vegetali ed un frammento di cornice romana.
Mi ammalia al primo sguardo ancora prima che le sue pietre inizino il racconto. Un racconto rocambolesco e incredibile che vede passare per questa chiesa gli eremiti di sant’Agostino, nel Duecento, le monache francescane nel Quattrocento fino ad essere proprietà dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, come testimonia la croce patente rossa su sfondo bianco, e ad ospitare attualmente la comunità Ortodossa della città. Nella Chiesetta di Sant’Alò riesce a coesistere il mistero e la ragione, l’esoterismo e il rigore, il vecchio e il nuovo.
Ma io devo continuare il mio viaggio verso altre pietre e altre poesie. Arrivare da lì alla piazza del Duomo si fa subito. Quello che cerco si trova proprio davanti alla Cattedrale. La Fontana dei due Fiumi unisce la poesia della pietra con quella dell’acqua in una voce unica. La parte scultorea, opera dell’artista futurista Corrado Vigni, accostata all’edificio alle sue spalle, racconta dell’ unione del fiume Velino e del fiume Nera, uno raffigurato come un giovinetto e l’altro come un vecchio barbuto seduto sotto di lui. Racconta del grande debito di riconoscenza che Terni, città del domani, città veloce e all’avanguardia ha sempre avuto per le sue acque e per l’energia che ne è derivata.
Lascio la voce dei due fiumi a mi incammino nuovamente. Arrivo alla sede del potere amministrativo e il suo peso politico lo si riconosce da subito. Imponente si affaccia su Piazza del Popolo indifferente al traffico umano e automobilistico che lo sfiora. Palazzo Spada è un piccolo gigante di pietra, squadrato e forte. Si eleva su due piani con grandi finestre che si aprono come tanti occhi dalle sue mura e alleggeriscono la sua aria essenziale e severa. La sua facciata principale è definita da due altane laterali che si uniscono in un corpo centrale tramite una struttura ad archi a formare il cortile interno. Anche lui come gli altri edifici antichi della città cela la delicatezza della poesia dietro il suo aspetto massiccio e taciturno ma io so che le pietre sanno raccontare storie e io le so ascoltare. Mi raccontano di Michelangelo Spada, conte di Collescipoli e “cameriere segreto” di papa Giulio III, che nel 1555 per mostrare al popolo il suo prestigio volle costruire un luogo degno del favore acquisito proprio in seno alla città di Terni. Mi raccontano di un talentuoso architetto, Antonio da Sangallo il giovane, che prese in mano il progetto immaginando un edificio molto differente da quello attuale, con mura intonacate e pianta articolata in due lati. Le pietre mi raccontano anche di un mistero, quello che adombrò la fine del geniale architetto, morto in circostanze mai chiarite durante la sua permanenza a Terni. Sono storie di potere e di inventiva, di splendore e decadenza, sono storie di poesia.
Ma i racconti hanno sempre qualcosa da aggiungere, e quando entro nella corte interna di Palazzo Spada trovo una nuova sorpresa. Un piccolo drago in travertino, posizionato al centro della corte, mi si rivolge minaccioso, mi mostra i suoi denti piccoli come perle, arrotola la coda e alza la testa. Ma io non mi intimorisco perché so che questa creatura di pietra è simbolo della città e della sua gente. Il Thyrus, dalle fauci spalancate, non minaccia più queste terre, è uscito dalla leggenda ed entrato nella sua quotidianità come un simbolo complice e sempre eterno.
Ma io devo proseguire il mio viaggio. Esco dal municipio e attraverso Piazza Europa. Qui altre voci gorgheggiano capricciose e si mescolano ai zampilli di una fontana che dal pavimento della piazza saltano verso il cielo e si illuminano la sera con giochi di luce. Mi attardo un attimo ad ascoltarla e apprendo che quella piazza non c’era, un tempo era soffocata da altri palazzi e case ammassate. Fu la guerra con i suoi bombardamenti ad aprire questo squarcio e da allora questo squarcio è diventato un nuovo elegante salotto cittadino. La Fontana di Piazza Europa mi distrae un attimo dal mio percorso, un attimo e poi continuo verso Corso Vecchio verso altre poesie.
Ma l’eco delle bombe non mi abbandona e quando arrivo alla chiesa di San Lorenzo, le sue pietre riprendono il filo rosso del racconto. Qui la poesia si fa orrore e disperazione prima di rinascere a nuovi canti. Ritorno indietro alla mattina dell’11 agosto del 1943, non caddero stelle quel giorno sulla città ma tante, troppe bombe che lasciarono cadaveri e macerie, lamenti e lacrime. Terni la città del futuro, dell’energia della velocità sembrò fermarsi per sempre. I suoi edifici di pregio offesi e mortificati apparvero perduti e sconfitti. Così anche questa antica chiesa che vide crollare il tetto e l’abside, ricostruiti in seguito come il resto della città. Mi fermo davanti a lei, adesso che tutto è quiete e il rumore delle bombe si è cristallizzato in quell’attimo, posso trattenere il fiato e ammirare la sua bellezza remota. Fuori la facciata a mattoni chiari è arricchita da un portale rinascimentale e da due trifore, dentro lo spazio si divide in due navate e testimonia le due anime della chiesa. La navata di destra più recente aggiunta nel corso del XVIII e quella di sinistra più antica, edificata sopra un tempio romano di cui conserva flebile traccia nel pavimento musivo e nei basamenti delle colonne nei quali si può riconoscere la vestigia di un ara pagana. Quanta storia tra queste mura, quante richiami mi lusingano come sirene tentatrici, ma il mio viaggio deve andare avanti. Le pietre di Terni non hanno finito di raccontarmi le loro storie.
Mi muovo lungo Piazza Solferino e mi accorgo che le pietre possono assumere forme bizzarre come quella di una piramide che getta acqua, totem quasi nascosto in un angolo, o addirittura trasformarsi in una enorme balena che spunta dalla pavimentazione. Si esatto, proprio una balena! Una silhouette di pietra che raffigura un cetaceo affiorare dai fondali cittadini, opera dell’architetto Carlo Aymonino. Un angolo di Terni che viene trasformato nel libro di Pinocchio e che riecheggia delle grida festanti di bambini che scivolano e si rincorrono intorno a questo sorprendente animale marino. Mi attrae questa sagoma scultorea perché so che anche lei è piena di poesia e mi avvicino per ascoltarla. Mi racconta di un tempo non troppo lontano quando al posto delle urla spensierate dei fanciulli qui risuonavano le grida dei venditori di frutta e verdura, quando la piazza denominata “Piazza delle erbe” era occupata dal mercato settimanale, quello dei contadini che giungevano da ogni parte della provincia, e brulicava di donne che, mattiniere, correvano qui a fare gli acquisti migliori.
Mi racconta di una Terni con due anime, quella al di qua del fiume, la parte elegante ed economica, e quella oltre il Nera, dedicata ad impiegati ed operai con quartieri costruiti appositamente per loro, due mondi paralleli collegati tra loro dai ponti cittadini. Mi racconta di ponte Garibaldi, munito allora di colonne e di cancello, dove la guardia doganiera si appostava per far pagare il dazio agli allevatori, e di contadine che nascondevano le galline sotto la gonna pur di evitare la tassazione. Piazza Solferino era poesia, era profumi, colori, gioia di vivere. Io la sento tutta questa vita e la rubo alle pietre per portarmela via, verso altre storie.
Rimango sempre nel centro storico, poco distante dal municipio mi aspetta un’altro gioiello di pietra: la chiesa di San Salvatore. Bellissima nella sua semplicità, questo luogo di culto sembra essere la fusione di due religiosità opposte, quella cristiana con un’architettura tipicamente medievale nel blocco centrale a navata unica coperto da volta a crociera e illuminato da piccole monofore strombate, e quella pagana con la forma classicheggiate di una piccola cupola circolare che ricorda un tempio romano. Le sue pietre trasudano poesia, una poesia che si svela tra gli archi e le lesene, nei transetti e negli absidi ricchi di affreschi. Perché le pietre sanno raccontare storie e la storia della chiesa di San Salvatore parte proprio dal sottosuolo. Dalle sue fondamenta ricche di tracce che parlano di antiche presenze, quella di una domus romana, provvista di ambienti termale, e forse quella ancora più primitiva di un tempio dedicato al Dio Sole. Io mi siedo ad ascoltare le voci di un popolo arcaico, le sue preghiere, i suoi rituali, le sue cerimonie sacrificali, ora che tutto è sepolto da altri riti e da altre cerimonie, le pietre sono costrette a gridare il proprio passato.
Il mio viaggio non è ancora concluso e adesso mi porta fuori dal centro cittadino, mi porta verso il luogo simbolo della spiritualità ternana, la chiesa di San Valentino. L’edificio si trova in una zona marginale, quasi ai confini comunali, dove sorgeva l’antica necropoli paleocristiana. Il suo aspetto è diverso da quello delle chiese che ho finora incontrato, non c’è nulla di romanico o medievale, la sua facciata è classica e ottocentesca, il suo interno è barocco e custodisce grandi tele seicentesche. Ma anche qui le pietre raccontano storie, e la storia che raccontano è la più affascinante di tutte. Mi parlano di un vescovo di nome Valentino che era solito regalare rose agli innamorati e metter pace ai loro litigi, un vescovo che partì alla volta di Roma per guarire il figlio del filosofo Cratone in cambio della sua conversione al cristianesimo. Mi parlano di un prefetto romano furioso che per vendetta fece decapitare il vescovo di notte e di nascosto lo fece seppellire. Mi parlano di odio ma soprattutto di amore, quello che ha spinto tre giovani studenti di Cratone a dissotterrare il corpo per riportarlo nella sua città dove adesso e per sempre riposa, sotto l’altare della sua chiesa. Il santo dei fidanzati, degli sposi e degli amanti protegge Terni, la città del futuro dell’energia della velocità e anche dell’amore. Qui , davanti alle spoglie del Santo si chiude il mio viaggio. Ho estratto parole dalla durezza della pietra e l’ho trasformata in poesia. Sono fatta di luna e diamanti e questa è la mia città.Il grande filosofo greco Cratone, che vi tiene una scuola rinomatissima e seguita da tutti i rampolli dell’aristocrazia senatoria, ha un figlio, Cerimone, afflitto da una gravissima patologia neurologica. Qualcuno gli suggerisce di contattare il vescovo di Terni, Valentino: che tempo prima ha curato una persona affetta esattamente da quella rara e terrificante malattia. Cratone manda immediatamente a chiamarlo, e Valentino arriva a Roma. Cratone gli chiede di intervenire a favore del figlio. Valentino gli risponde che lo farà, ma solo se il padre veramente lo vuole. Cratone assevera e offre a Valentino la metà di tutti i suoi beni. Valentino risponde che gli interessa solo la sua conversione al cristianesimo. Cratone, allora, da filosofo e intellettuale, pone a Valentino una serie di dubbi teologici sulla religione cristiana, che il presule gli spiega e alla fine Cratone accetta. Valentino allora si chiude in una stanzetta da solo con Cerimone, e resta tutta la notte in preghiera. La mattina dopo, miracolosamente, la porta si apre e Cerimone corre cantando in braccio ai genitori, lui che prima non muoveva un muscolo, lingua compresa. Cratone e tutti i suoi si convertono ipso facto. E si converte, tra i suoi studenti anche Abbondio, il figlio del prefetto dell’Urbe Furioso Placido. A questo punto il senato decide di intervenire e il prefetto fa arrestare, di notte e di nascosto, Valentino, e di notte e di nascosto lo fa giustiziare e seppellire. Allora tre altri studenti di Cartone, Procolo, Efebo e Apollonio prendono il corpo di Valentino e lo portano a sepoltura a Terni. In questa città il magistrato Lucenzio li fa arrestare e giustiziare di notte e di nascosto. Una pia matrona in seguito mette insieme i corpi di Valentino e dei suoi tre seguaci.
La basilica di San Valentino sorge a circa due chilometri dal centro di Terni, sul luogo di un antico cimitero cristiano, che rappresenta una delle più importanti testimonianze di necropoli paleocristiane esistenti in Umbria. Dedicata al Santo patrono della città e degli innamorati venne edificata sul luogo di sepoltura del martire, che era stato decapitato a Roma lungo la Via Flaminia e riportato nottetempo a Terni da suoi discepoli. Sulla sua tomba venne prima costruito un sacello, trasformato poi in una basilica paleocristiana a cinque navate.
La facciata classicheggiante venne completata solo nel 1854. L’interno a navata unica è di un sobrio stile barocco, ornata di stucchi e coperta a volta. Gli altari conservano grandi tele seicentesche, tra le opere spiccano quelle del pittore fiammingo Lucas de la Haye, del Cavalier d’Arpino e di Luca Polidori. Sotto l’altare maggiore è visibile la teca in cristallo. contenente la statua reliquiario di San Valentino. Interessante è la cripta, che costituisce il nucleo originario della chiesa, in un locale adiacente è stato allestito un piccolo lapidarium contenente molti frammenti antichi frutto di diverse campagne di scavi effettuate nell’area. Accanto alla chiesa è visibile la grande struttura del vecchio convento. Il primo edificio risale al IV secolo, e fu costruito sopra la tomba del martire san Valentino, presso un’antica necropoli paleocristiana. Fu distrutta nel VI secolo dai Goti, e ricostruita poi nel VII secolo in due fasi distinte, la prima tra il 625 e il 632 e la seconda tra il 642 e il 648, quando la gestione dell’edificio fu affidata ai Benedettini.
Nel 742 la basilica fu teatro dello storico incontro tra il re longobardo Liutprando e papa Zaccaria. Il luogo dell’evento fu scelto dal sovrano dei Longobardi proprio per la presenza della salma del santo che si diceva avesse proprietà taumaturgiche. In quell’incontro Liutprando donò alla Chiesa di Roma diverse città, tra le quali Sutri.
L’attuale edificio risale però al XVII secolo, quando sotto il pontificato di papa Paolo V vennero iniziate con successo le ricerche delle reliquie del santo nel luogo in cui sorgevano le prime chiese. La nuova basilica fu ultimata nel 1618 quando vi furono traslati i resti del corpo del san Valentino ospitati nel frattempo nella cattedrale di Terni. Nel 1626,[1] in occasione di una visita dell’arciduca Leopoldo V d’Austria, costui si fece carico, prima di ripartire, per le spese della costruzione di un nuovo altare maggiore in marmo che venne completato nel 1632. Dietro l’altare maggiore si trova il coro con la cosiddetta confessione di San Valentino, ovvero un altare, costruito proprio sopra la tomba del martire, al centro del quale si trova un dipinto risalente al XVII secolo che celebra il martirio del santo.
San valentino agiografia San Valentino di Terni, detto anche san Valentino da Terni o san Valentino da Interamna (Terni, … – Roma, 14 febbraio 347), è stato un vescovo e martire cristiano.


