Itinerario dell’Acqua – Terni


Mi muovo danzando in acqua e seguo le voci. Io questo faccio, raccolgo parole anche dove sembrano non esserci, anche negli angoli inattesi della città. Nasco dalle acque gelide del fiume Nera nel punto dove il loro colore si fa più puro.

Questo è un Paradiso Terrestre dalle verdi fronde sfiorate dal vento, sopra Narni con la sua fortezza medievale, poco distanti l’incanto di Stifone e la maestà del Ponte di Augusto. Siamo alle Gole del Nera e da qui inizio il mio percorso d’ acqua che raccoglie parole. Esse mi narrano di un antico porto e del suo cantiere. Mi parlano di materie prime, di operai e di sudore, di lavoro febbrile all’interno di una grotta per realizzare zattere e triremi da destinare all’esercito romano. Mi descrivono le gloriose navi lucide pronte alla guerra contro Cartagine. Eccole dirigersi lungo il fiume per congiungersi con il Tevere fino all’Urbe! Seguo anche io la corrente del Nera, tranquilla e leggera, attraverso questa fertile valle.

Il fiume scorre accanto al mio cuore, lo sento vociare chiudendo gli occhi, lo sento rigenerare la mia anima che cerca di lei: il getto di cui tutti narrano, un’ opera maestosa che ha dissetato da allora una città piena di energia e di vigore, la città del futuro che corre più veloce degli altri, la città della corrente idroelettrica. Ecco, risalendo la valle la Centrale di Galleto, impronta di uomini visionari. Nel 1928 la Centrale entrò in funzione con l’obiettivo di utilizzare le acque del Velino e trasformarle in elettricità. Venivano convogliate nella struttura prima attraverso un canale derivatore e poi tramite delle gallerie fino a giungere alle turbine. Il lavoro di tre gruppi turboalternatori donava alla zona una potenza di 146.000 KW, il futuro era già arrivato, anche se questa è una città che conserva una splendida leggenda dal passato, quella di Nerina. Mia sorella e amica, simbolo per tutte noi, perché ha dimostrato la sua forza ci ha attraversate tutte per renderci anime più contemporanee, più attuali, capaci di vivere non solo in natura, ma di camminare tra gli uomini, nella città e lasciarci attraversare anche da quello che hanno creato. Gli uomini anche, i ternani tutti hanno saputo plasmarsi e trasformarsi, il pastore Velino ne è un esempio. Egli, ai tempi delle origini, innamorandosi della splendida Nerina, scelse di gettarsi dalla rupe di Marmore per raggiungerla. La nostra cara sorella aveva violato i confini tra i due mondi, il pastore Velino la vide e se ne innamorò perdutamente come anche lei di lui, due mondi e una legge universale che li condannò, un confine, da sempre invalicabile, che loro avevano scelto di valicare non per ribellione ma per amore. Da allora lei fu esiliata dal mondo elementale e condannata a restare fiume. Velino disperato scelse di gettarsi dalla rupe di Marmore per raggiungerla ma durante il volo, leggenda narra, divenne fiume e il suo salto uno dei più famosi d’ Italia, quello della Cascata. Non si può raccontare ciò che non si vive: risalgo la corrente e mi faccio tumultuosa, ripida, mi immergo nei fondali più profondi e mi catapulto nel vuoto. Faccio tre salti prima che il mio tuffo si interrompa, tre salti alti 165 metri e poi mi bagno nella spuma gorgogliante.

La Cascata delle Marmore, ha affascinato i viaggiatori del Grand Tour, è stata oggetto di tele dei più grandi pittori della storia. Era l’“orribilmente bella” per il poeta George Byron. Sento il mio corpo più freddo alle sponde di lei, la guardo e la trovo potente e immensa, monumentale opera romana che ha trasformato integralmente il destino di una città, da umile e rigogliosa ad industriale e produttiva. Insieme per sempre i due fiumi Nera e Velino hanno generato la meraviglia di una città dell’amore, dell’amore che trasforma, che rigenera, che avvolge. Guardandola le parole non bastano del tutto perché oltre alla nostra leggenda c’ é altro, c’è l’amore per il lavoro, per l’ azione, per il cambiamento, tipico dei romani. Fu infatti Curio Dentato, che nel 217 a.C. fece confluire, a Marmore, le acque del Velino per liberare Rieti dalle paludi e bonificare quelle terre. Curiosa di scoprire altro, comincio ad andare verso Rieti e approdo sulle coste del lago di Piediluco e la sua spiaggia. I suoi rami si allungano e si stringono come un nastro capriccioso che vuole farsi strada tra la vegetazione, sulle sue sponde il borgo osserva placido i battelli con i turisti e fa l’occhietto alla montagna di fronte che risponde con un eco a chiunque la chiama, come accadeva all’immagine di Narciso quando si specchiava in me, naiade nella mia forma fiume.

Io, acqua ho ascoltato da sempre leggende che hanno popolato questo bacino lacustre abbracciato dai suoi pendii e le sue acque narrano proprio del nostro mondo di ninfe (naiadi, oreadi, driadi e anadriadi), gnomi e satiri dei boschi. Lucus padre dei quattro figli: Terra Acqua, Fuoco e Aria racconta che dall’origine dei tempi divenimmo custodi dei nostri elementi e partimmo con quattro barche a generare nuove progenie mentre Lucus padre, si gettò nelle acque per salvare i suoi figli dai raggi roventi del Sole Eterno. Dove egli si gettò, nel punto esatto, ebbe inizio l’ alternanza tra giorno e notte e così la salvezza dell’umanità. Ogni estate gli abitanti di Piediluco vestono di bellezza le loro barche per la Festa delle Acque e rendono così omaggio al vecchio padre Lucus. Lasciare le acque è sempre malinconia per me ma è giunta l’ora di entrare in città ecco che mi tuffo ancora nel Nera e scorro verso la conca. Il fiume è l’anima di Terni. Scorre sotto i suoi ponti, lambisce le sue piazze e bisbiglia tra i suoi edifici. Lentamente, quotidianamente da secoli chiama a sé gli uomini e le donne, i giovani ed anziani di queste terre che come un rito sacro si avvicinano ai suoi argini e si raccontano. Sono infinite le loro storie, dagli anni del benessere fino a quelli della crisi economica e degli scioperi, dal primo centro storico bombardato durante la guerra all’espansione edilizia della prima ricostruzione. Continuo scivolando nel fiume e catturo voci, le stringo a me come un bene prezioso, come il racconto perché è qui la vita di una comunità.